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_IRAN, LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA ___ALESSANDRO BENEFORTI___MUM-ISOLA D'ELBA____AGOSTO 2019___

L'Iran è un paese immenso e poco conosciuto su cui insiste una disinformazione che lo dipinge come uno stato bellicoso e pericoloso. E' invece più corretto raccontarlo come una popolazione estremamente pacifica ed accogliente, la più ospitale che io abbia mai incontrato in 40 anni di viaggi, governata da un regime islamico formato da “religiosi dogmatici settuagenari che impongono il loro modo antiquato di vedere le cose a una società giovane (60% ha meno di 35 anni) e diversificata”.
Gli iraniani non cercano una nuova rivoluzione e “Vorrebbero che il rosso dei loro campi di papaveri non ricordasse più il sangue dei manifestanti “(Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran)
Di fronte ai divieti, che sottolineano la natura illiberale della Repubblica iraniana che, è bene ricordarlo, è un ibrido tra una democrazia e un regime autoritario, gli iraniani adottano da anni una serie di contromisure che permettono loro di arginare queste limitazioni. La società civile, insomma, si organizza come può e con piccoli stratagemmi riesce a svolgere attività per le quali sarebbe difficile, se non impossibile, ottenere permessi dal governo. E' una rivoluzione silenziosa che sta cambiando una società che sta vivendo nuove aperture e contraddizioni nonostante le molte resistenze del potere, nella ricerca di una sua forma di libertà interiore. Il social network Telegram è la rete principale di comunicazione. Facebook e Twitter invece sono bloccati ma di fatto moltissimi iraniani li usano attraverso i VPN, software che servono per camuffare il posto da cui un utente si collega a Internet. Instagram è diffusissimo e con più 45 milioni di account è al 5° posto nel mondo, molto prima dell'Italia. Ma anche questo è un dato oscurato da molti siti di informazione e statistiche.
Da “stato canaglia” a “grande opportunità economica” a seconda degli interessi e dei cambiamenti politici del momento, convive tra passato e presente, conservatori e riformisti, religiosi e laici, dittatura e democrazia, dove tutto si scontra e si interseca in uno spazio temporale che marcia inesorabilmente verso il futuro.
Il velo e lo smartphone sono elementi contraddittori che nelle immagini convivono, si sfiorano e si scontrano con il sorriso di un popolo ospitale e curioso che sogna una normalità negata. Un identità forte e determinata di uno dei pochi paesi del terzo mondo che non è mai stato una colonia e che sente e conosce il peso della storia e della civiltà millenaria di cui è testimone.

La memoria è una proprietà privata su cui il potere non ha diritti.“
(Shah in Shah - Ryszard-Kapuscinski)

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IL CAMBIAMENTO SILENZIOSO

In Iran esiste un’anti-americanismo di Stato stampato sugli edifici di Teheran, eppure la popolazione non sembra affatto immune dall’occidentalizzazione dei costumi. I disegni sui muri che deridono il “Grande” (Stati Uniti) e il “Piccolo Satana” (Israele) sono ovunque, ma quanto è cambiato il Paese quarant’anni circa dopo la Rivoluzione Islamica del 1979 quando il ritorno trionfale dell’Ayatollah Khomeini condannò all’esilio lo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi. Quei giovanissimi iraniani che assaltarono l’ambasciata americana, allora soprannominata “covo dello spionaggio”, che un anno dopo si arruolarono volontariamente nei Pasdaran durante la guerra del Golfo (1980-1988) contro l’Iraq, oggi sono cresciuti e vivono nei ricordi del passato. Ormai le nuove generazioni cresciute nella parte Nord della capitale, quelle che sfuggono dal servizio militare pagando una tassa, parlano inglese, vestono Nike, si tagliano i capelli come i personaggi dello star system occidentale. E le donne invece per fuggire mentalmente dall’imposizione del velo, curano prepotentemente le parti scoperte: il trucco schiaccia i colori naturali del viso e il naso viene rifatto da uno dei tanti chirurghi estetici del Paese. In effetti basta entrare in uno dei tanti centri commerciali di Teheran per vedere quanto i valori e l’estetica del capitalismo hanno contaminato una civiltà lontana e antica come quella persiana.E neppure l’islam politico del clero sciita sembra riuscire a fermare quest’avanzata del Progresso di fabbricazione occidentale. Fuori dal grande edificio di dieci piani già si intravedono le insegne fosforescenti dei migliori marchi europei. Fermiamo due giovani, vestiti da  perfetti ganster, impazienti di entrare nel tempio del consumo. Accettano di rispondere alla nostra domanda, telecamera accesa. “Ciao ragazzi che ne pensate del lifestyle americano?”. “È libertà, guardatemi sembro Justin Bieber!”, risponde uno. La mimica è familiare, la maleducazione anche, mentre conversiamo tira fuori l’iphone per parlare con un suo amico. Dentro il centro commerciale invece  “modernizzarsi”  sembra la parola d’ordine, che in sostanza vorrebbe dire proseguire una strada già tracciata ad Occidente. Ragazze camminano senza velo nei lunghi corridoi, altre si scattano i selfie. I maschi con i loro cellulari ultimo modello accedono a Facebook oInstagram attraverso il VPN (le reti private virtuali e non filtrate). Il fast food, pur non essendo McDonald, lì, è sempre un fast food, iranizzato, e vende Coca-Cola. Sugli schermi dei televisori disseminati in tutti i corridoi viene trasmessa la Tv satellitare (produzione americana con attori locali), che non hanno niente da invidiare ad MTV. E la sicurezza chiude un occhio, se non tutti e due. Come se il governo degli Ayatollah avesse dato l’ordine di lasciar correre questo processo, impossibile da fermare, se non con la violenza. La strategia sembra quella di non reprimere il consumismo ma controllarlo e circoscriverlo.

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La condizione femminile
Portare il velo nelle sue varie forme non è un’invenzione islamica. Il sottile equilibrio tra rispetto dei diritti delle donne e la loro libertà di autodeterminazione

Vida Mohavedi, una giovane donna iraniana, è stata condannata ad un anno di reclusione per aver indotto alla «corruzione e alla dissolutezza» dei costumi mostrandosi in pubblico, in piazza Enghelab a Teheran, senza l’hijab, il velo islamico che nell’Iran degli ayatollah è obbligatorio. Non è la prima, anzi sono ormai decine le iraniane che protestano contro l’obbligo del velo e vengono arrestate. Il caso più drammatico è quello di Nasrin Sotoudeh, arrestata a giugno 2018 e condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate. Tra le numerose imputazioni contestate alla famosa avvocata dei diritti umani, l’aver difeso «le ragazze di Enghelab Street», che tra dicembre 2017 e gennaio 2018 si erano tolte il velo pubblicamente per protestare contro l’obbligo imposto dal regime.
L’idea di imporre alle donne degli obblighi di abbigliamento, e non solo, viene da lontano e non è certo un’invenzione islamica. «Tutte le nostre ragazze devono essere velate quando entrano nell’età adulta». Potrebbe sembrare un’affermazione talebana o islamista. Invece è l’esordio del De virginibus velandis del 213, scritto oltre tre secoli prima della nascita del Profeta dell’Islam da Tertulliano, uno dei padri della Chiesa latina. Lo scrittore apologetico cartaginese fa un’altra affermazione storicamente molto intrigante: il velo sì, ma senza esagerare come «le donne pagane d’Arabia che coprono non solo il capo ma addirittura tutta la faccia». Quindi il niqab delle donne arabe (un velo nero sul viso che lascia scoperta solo una fessura per gli occhi, completato da un lungo abito altrettanto nero, l’abaya), sinonimo di islamismo intransigente, era forse già in uso nella regione millenni prima del wahhabismo (sorto del XVIII secolo d.C.) e adottato nel 1962 come dottrina ufficiale dal Regno saudita, che ha reso obbligatorio il niqab.
Ci sono altri due Paesi in cui le donne sono tenute a indossare in pubblico un abbigliamento “consono” alla visione islamista: uno, come si diceva, è l’Iran degli ayatollah. È d’obbligo l’hijab (il più diffuso velo islamico, che copre la testa e il collo) ma è molto più apprezzato dai conservatori il chador che copre il corpo tranne viso e mani. Nell’Afghanistan e in alcune aree del vicino Pakistan controllate dai talebani è rigorosamente prescritto il chador per le bambine e il famigerato burqa per le donne (comprensivo di guanti), che copre rigorosamente tutto il corpo, lasciando solo qualche forellino per vedere dove si va.
Ma a parte queste esagerazioni che a noi occidentali appaiono insopportabilmente lesive della dignità delle donne, anche perché imposte in modo maschilista senza lasciare libertà di scelta, in altri Paesi il rapporto delle donne islamiche con l’hijab è articolato e merita attenzione. Non è giusto fare di tutta l’erba un fascio. Vivendo in un Paese come la Giordania, dove la libertà di scelta delle donne nell’abbigliamento è ampia, seppure evidentemente condizionata a livello sociale o familiare come dovunque, è significativo incontrare per strada o a scuola ragazze velate con eleganza e coetanee non velate e vestite in modo sobrio, che stanno insieme con grande disinvoltura.
Mi hanno colpito due atteggiamenti di donne musulmane contemporanee che possono aiutare noi occidentali a capire che il velo è prima di tutto una questione di scelta e di identità.
Il primo è di una grande scrittrice e sociologa marocchina, Fatema Mernissi (1940-2015), che pochi anni fa così individuava uno degli aspetti centrali della condizione femminile nel contesto islamico: «Se i diritti delle donne sono problematici per alcuni moderni uomini musulmani, non è a causa del Corano, né a causa del Profeta, e ancor meno a causa delle tradizioni islamiche. È semplicemente a causa degli interessi di una élite maschile». Il secondo è di Nazma Khan, giovane statunitense originaria del Bangladesh e ispiratrice del World Hijab Day (diffuso in 140 Paesi) che il primo febbraio di ogni anno, dal 2013, sottolinea il diritto delle donne islamiche di vestire l’hijab come libera scelta e segno della propria identità religiosa e culturale, opponendosi alla discriminazione e all’obbligo imposti per motivi politici o di controllo parentale.

C'è da sottolineare però come, rispetto ad altri paesi musulmani, in Iran il velo sia ormai portato in modo più disinvolto e spesso la parte coperta dei capelli e pari alla parte libera. Un altro segno di una trasformazione lenta che prima o poi arriverà ad un punto di non ritorno.

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Erodoto & Ryszard Kapuściński

Kapuściński è stato il mio più importante compagno di viaggio durante questo lavoro che inizia alla fine del 2016 quando decido di andare in Iran e di ritornarci per approfondire ulteriormente sensazioni e storie che hanno bisogno di essere analizzate e metabolizzate con tempi appropriati. Leggere Kapuściński è già partire per un viaggio, ma tra i molti titoli letti quello che mi ha particolarmente accompagnato è “In viaggio con Erodoto” (Feltrinelli) di cui allego una appropriata recensione trovata in rete:
Varsavia, 1955. Un giovane giornalista di un quotidiano locale, la “Sztandard Mlodych” (“La bandiera dei giovani”), negli anni del comunismo, in un “clima di torto e miseria”, sente crescere forte un desiderio: “varcare la frontiera”. Guardare oltre la Cortina di ferro, spingere lo sguardo più in là. Sono gli anni immediatamente seguenti alla morte di Stalin, responsabile di un regime totalitario che aveva provocato un’aspra miseria e imposto una pesante censura, vietando di dare alle cose il loro nome. Sotto quel regime “si era proibito di dire che i negozi erano vuoti: i negozi erano per definizione sempre pieni di merce”. Varcare la frontiera: questo il sogno – durato una vita, di quel giovane giornalista, questo il sogno di Ryszard  Kapuściński  - perché questo è il suo nome. Le frontiere: non semplicemente, per un polacco di quei tempi (e in genere per un abitante dell’Est Europa) un puro confine da valicare,  tracciato sulla carta.  “Mi chiedevo che cosa si provasse nel varcare una frontiera. Che cosa si sentiva? Che cosa si pensava? Doveva essere un momento straordinario, emozionante. Cosa c’era dall’altra parte? Senza dubbio qualcosa di diverso. Ma diverso in che senso? Forse non somigliava a niente di ciò che conoscevo e per ciò stesso era inconcepibile, inimmaginabile?” Andare oltre confine: non un semplice desiderio ma un “inesplicabile e pur prepotente bisogno psicologico” per il giovane Kapuściński, il bisogno di varcare un confine percepito non come protezione ma come chiusura, in un periodo e in contesto ben lontani da quella libera circolazione di persone e idee, oggi forse - in diversi luoghi del mondo - scontata. Il viaggio, come insopprimibile e implicita rivendicazione di libertà: interiore, ancor prima che fisica. “Non mi premevano lo scopo, il traguardo, la meta, ma l’atto in sé di varcare la frontiera”, il viaggio in quanto tale, il desiderio di conoscere l’oltre. Il desiderio di Kapuściński si realizzerà presto, già l’anno seguente, a tre anni dalla morte di Stalin, quando iniziava per la Polonia  - se pur solo parzialmente - l’inizio del “disgelo”. Correva l’anno  1956. Per Kapuściński, l’inizio di un lungo periodo di trasferte da reporter: India, Cina, Egitto, Congo, Iran - solo alcuni dei paesi da cui egli sarà corrispondente, nell’arco di un ventennio, in anni di grandi cambiamenti, di rivoluzioni interne e di scontri e tensioni. Pietra miliare e assiduo compagno di viaggio sarà per il giornalista polacco, nel corso di quegli anni,  Erodoto con le sue Storie. Non una persona in carne ed ossa, no. Ma uno storico greco del V secolo a.C., sapiente narratore dal gusto aneddotico ed etnografico, che aveva raccontato le grandi vicende storiche dei suoi tempi (una su tutte, la strenua difesa dei Greci della propria libertà contro la temibile avanzata dell’Impero persiano) e dato voce insieme a quel pullulare di popoli insediati attorno al bacino del Mediterraneo – quello che era allora, per un greco antico, il mondo conosciuto. Illuminante sarà, per Kapuściński, Erodoto, col suo instancabile amore per i viaggi, con la sua attenta e curiosa esplorazione delle tradizioni culturali dei diversi popoli incontrati o indirettamente conosciuti, con la sua rivendicazione della piena dignità dei costumi e delle usanze  dei vari popoli contro ogni arbitrario tentativo di dominio e di proclamazione di superiorità da parte di altri, accecati da brama di potere. Questo mirabile storico e narratore del V secolo a.C., scrollandosi di dosso 2500 anni di storia e  di polvere, si rivelerà  il primo grande reporter della storia e il primo grande alfiere del “multiculturalismo”, contro ogni presunta pretesa di predominio degli uni sugli altri (singoli o popoli che siano): perché “mutevole è la fortuna e incappa nella sventura chi pecca d’alterigia e tracotanza”... 
Le Storie rappresenteranno per Kapuściński molto più di un libro: un confronto continuo e sempre appassionato fra passato e presente, fra letteratura e vita, se (come ricorda lo stesso giornalista),  in quegli anni ancora incerti seguiti alla fine del regime totalitario staliniano,  “la letteratura per noi  era tutto. Vi cercavamo la forza di vivere, le direzioni da prendere, la rivelazione”. Kapuściński esprimerà,  nel suo lavoro, lo stesso gusto appassionato di Erodoto per la ricerca, l’indagine e l’ascolto dei protagonisti piccoli e grandi della storia, ricavando sempre dalle proprie esperienze una “lezione di umiltà”, soprattutto di fronte a culture (come ad esempio quella indiana e cinese) così ricche e complesse da abbracciare; riscoprendo l’estrema limitatezza di una visione eurocentrica, di qualsiasi visione che pretenda di assoggettare e “imbavagliare” la diversità dentro stereotipi precostituiti, visione destinata – come insegna la storia  - a fallire. Con un tono sempre lieve e appassionato, mai cattedratico, - secondo lo spirito del vero viaggiatore e del vero reporter, In viaggio con Erodoto, intrecciando insieme “fili” di ricordi personali e di  reportage giornalistici sullo sfondo della “grande storia”, è un libro che si apre (e ci apre) al mondo e alla sua diversità, al rispetto della pluralità pur senza facili sconti, secondo prospettive mai ovvie. E insieme, è un libro sull’amore per i libri e per i grandi classici; e li consegna al futuro, se “classico – come scriveva Calvino - è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.
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BIBLIOGRAFIA
Ryszard Kapuściński | in viaggio con Erodoto | Feltrinelli
Ryszard Kapuściński |Shah-in-shah | Feltrinelli
Ryszard Kapuściński |L'Altro | Feltrinelli
Ryszard Kapuściński |Lapidarium | Feltrinelli
Ryszard Kapuściński |Ancora un giorno | Feltrinelli
Ryszard Kapuściński |Cristo con il fucile in spalla | Feltrinelli
Ryszard Kapuściński |Ebano | Feltrinelli
Ryszard Kapuściński |Nel turbine della storia | Feltrinelli
Alberto Zanconato | L'Iran oltre l'Iran | Castelvecchi
Alberto Negri | Il Musulmano errante | Rosenberg & Sellier
Fabrizio Cassinelli | L'Iran svelato | Centro di documentazione giornalistica
Marco Crisafulli | Oltre il velo dell'Iran | goWare
Giuseppe Acconcia | il grande Iran | Exorma
Azar Nafisi | Leggere Lolita a Teheran

FONTI per i testi:
Limes
Internazionle
Wikipedia
Ilpost.it
ISPI | Istituto per gli studi di politica internazionale
Il faro sul mondo
Agi.it
Cittanuova.it Bruno Cantamessa
INSIDE OVER: Luca Forti; Sebastiano Caputo
Sara Zhara Sangva


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